Da un po’ di tempo ci interroghiamo sulle parole che utilizziamo per parlare delle persone, perché non crediamo che siano mai soltanto parole: le parole costruiscono categorie, tracciano confini e, qualche volta, producono distanze che nella realtà non esistono. Per questo ci piace sempre di più parlare di persone con background internazionale, perché ci sembra un modo per riconoscere la storia personale e familiare di una persona senza trasformare quella storia nella sua identità principale, senza definirla come straniera e senza ricondurla necessariamente alla migrazione propria o dei suoi genitori, evitando così di rinchiuderla dentro categorie come quella, ormai ampiamente utilizzata, delle cosiddette “seconde generazioni”.
Questa riflessione diventa ancora più importante se guardiamo al modo in cui negli ultimi anni il dibattito politico ha affrontato il tema della presenza degli studenti con background migratorio nelle scuole italiane, arrivando a parlare recentemente, di un tetto alla presenza degli stranieri nelle classi, di “classi ghetto” e persino del rischio che gli italiani possano diventare una minoranza. Il problema di questo tipo di narrazione è che finisce per mettere nello stesso contenitore realtà profondamente diverse tra loro: da una parte ci sono ragazze e ragazzi arrivati in Italia da pochi mesi, che hanno bisogno di imparare l’italiano e di essere accompagnati nel loro percorso scolastico e di inserimento, dall’altra ci sono ragazze e ragazzi nati e cresciuti in Italia, che parlano perfettamente italiano, frequentano le stesse scuole dei loro coetanei e condividono la quotidianità delle città in cui vivono, ma che continuano a essere raccontati come stranieri soltanto perché hanno un cognome o una storia familiare che racconta un’origine diversa.
È proprio questa scelta comunicativa e politica che ci sembra necessario mettere in discussione, perché quando si insiste sulla presenza degli “stranieri nelle classi”, sul rischio che gli italiani diventino una minoranza o sulla necessità di stabilire un limite alla presenza di determinati studenti, si finisce per cavalcare paure e risentimenti che esistono già nella società e, allo stesso tempo, si produce una confusione pericolosa tra chi è appena arrivato e ha ancora bisogno di imparare la lingua e chi invece in Italia è nato e cresciuto e viene ancora raccontato come se fosse arrivato da fuori. In questo modo una questione che dovrebbe essere affrontata prima di tutto come una questione educativa viene trasformata in una questione identitaria, spostando l’attenzione dalle risorse necessarie per garantire a tutti il diritto allo studio alla presunta necessità di difendere un “noi” dalla presenza di un “loro”.
È qui che la responsabilità politica dovrebbe essere più forte e più concreta: dobbiamo parlare seriamente di come la scuola possa accompagnare gli studenti che arrivano in Italia e che ancora non parlano italiano, dobbiamo parlare di risorse, di insegnanti, di mediazione linguistica, di corsi di alfabetizzazione, di formazione e di strumenti capaci di sostenere non soltanto gli studenti, ma anche le loro famiglie e le comunità educative che li accolgono. Queste sono le questioni reali che dovrebbero stare al centro del dibattito, perché raccontare tutto questo attraverso la formula degli “stranieri nelle classi” significa spostare volontariamente il problema da una questione educativa a una questione identitaria, alimentando ancora una volta quella contrapposizione tra un “noi” e un “loro” che rischia di diventare sempre più difficile da superare.
E poi ci sono quelle ragazze e quei ragazzi che continuiamo a chiamare “seconde generazioni”, una definizione che spesso racconta più il modo in cui noi guardiamo a loro che non il modo in cui loro stessi vivono la propria identità. Perché queste ragazze e questi ragazzi non sono una generazione “a metà”, non sono meno italiani e non sono ospiti permanenti di una società che li considera ancora, in qualche modo, venuti da fuori: sono ragazze e ragazzi nati e cresciuti qui, che possono avere genitori arrivati da un altro Paese, parlare più lingue, avere familiari e affetti distribuiti in luoghi diversi e portare con sé riferimenti culturali differenti, ma che non hanno bisogno di essere definiti attraverso il viaggio fatto dai loro genitori.
Sono giovani dalle identità plurime, con mappe cognitive ed emotive attraversate da più lingue, più culture, più memorie, più esperienze e più modi di guardare il mondo, giovani che non hanno bisogno di scegliere tra un’appartenenza e l’altra perché possono sentirsi profondamente italiani e, allo stesso tempo, portare dentro di sé la storia, la cultura e la memoria delle proprie famiglie. È proprio questa complessità che dovremmo imparare a riconoscere come una ricchezza e non come un problema da ricondurre dentro categorie semplici, perché le identità non sono caselle chiuse e le persone non possono essere ridotte a una sola appartenenza, a un luogo di nascita o alla storia migratoria della propria famiglia.
Forse è arrivato il momento di cambiare anche le domande che facciamo alle persone e di smettere di chiedere continuamente da dove vengono, per iniziare invece a chiederci dove vogliono andare, cosa stanno costruendo, quali relazioni stanno creando, quali sogni stanno coltivando e quale contributo stanno dando alla comunità di cui fanno parte. Avere un background internazionale non significa essere stranieri e, soprattutto, non significa appartenere meno a questo Paese: significa avere una storia, o più storie, che si intrecciano e che possono diventare una risorsa per tutta la comunità, significa poter guardare la realtà da più punti di vista e costruire connessioni tra mondi diversi.
Forse è proprio questa la società che dovremmo imparare a vedere e a riconoscere, una società in cui le identità non sono confini rigidi ma percorsi in movimento, in cui la pluralità delle esperienze non viene percepita come una minaccia ma come una possibilità di trasformazione, e in cui nessuno debba sentirsi costretto a dimostrare continuamente di appartenere a un luogo, perché appartenere significa anche partecipare, contribuire, costruire relazioni e immaginare insieme il futuro.
Avere un background internazionale non significa essere stranieri, e non significa appartenere meno a questo Paese. Significa essere parte di una società che cambia, cresce e si trasforma anche grazie alle storie di chi la abita. E che questo governo se ne faccia una ragione.




