Negli ultimi anni ho incontrato diversi movimenti e collettivi nati dall’iniziativa di giovani arrivati negli ultimi anni in Italia da diversi paesi del mondo, alcuni riuniti in collettivi diasporici, altri in movimenti più ampi. Realtà vivaci, spesso ibride, dove l’esperienza della migrazione si intreccia con la voglia di costruire spazi politici nuovi, liberi da gerarchie e rappresentazioni imposte.

Ciò che colpisce, osservandoli da vicino, è la loro scelta di organizzarsi in modo orizzontale: un modello che rifiuta la verticalità e si fonda sul consenso, sulla partecipazione e sulla fiducia reciproca. L’orizzontalità, per questi gruppi, non è solo una questione di metodo. È un atto politico, un modo per dire “no” ai meccanismi di potere che li hanno spesso esclusi e per affermare una forma di autonomia collettiva.

Eppure, questa modalità di lavoro, così coerente e necessaria, si scontra con i tempi e i linguaggi del sistema istituzionale. Il mondo della progettazione, dei bandi e delle collaborazioni richiede decisioni rapide, documenti pronti, firme immediate. Ma in un collettivo orizzontale nessuno decide da solo: ogni scelta nasce da un confronto, a volte lungo, che coinvolge tutti.

Questo processo, che è la vera forza del gruppo, può trasformarsi in un ostacolo quando bisogna rispondere in fretta. Così, capita che un bando scada, una collaborazione sfumi, un’opportunità si perda, non per mancanza di idee o di volontà, ma perché la struttura esterna non riconosce il valore dei tempi della partecipazione.

Da chi, come me, si muove invece dentro meccanismi più rapidi, questa dinamica può essere difficile da comprendere e da gestire. Siamo abituati a ragionare in termini di scadenze, risultati, obiettivi da raggiungere. Siamo immersi in un ritmo che misura l’efficacia attraverso la velocità e l’esecuzione, non attraverso la qualità del processo.

E quando ci si trova a lavorare insieme a gruppi che funzionano in modo diverso, il rischio è di percepire quella lentezza come inefficienza, di vivere l’attesa come un limite, invece che come una forma di costruzione collettiva.

Eppure, quella lentezza parla di qualcosa che spesso dimentichiamo: la politica del tempo. Decidere insieme, davvero insieme, significa rallentare, ascoltare, negoziare. Significa riconoscere che la partecipazione richiede spazio, cura e anche la possibilità di non essere sempre immediatamente produttivi.

Da questa prospettiva, il conflitto tra orizzontalità e urgenza non è solo organizzativo, ma culturale.

Forse la sfida non è chiedere ai collettivi di adattarsi ai tempi della progettazione, ma immaginare forme nuove di collaborazione, capaci di accogliere entrambe le logiche. Forme in cui chi lavora in contesti istituzionali possa disimparare qualcosa del proprio ritmo, e chi lavora in modo orizzontale possa trovare spazi di azione senza dover rinunciare ai propri principi.

L’orizzontalità non è inefficienza: è una forma diversa di responsabilità, distribuita e condivisa. Ma per poter esistere pienamente, ha bisogno di un contesto che la riconosca e la sostenga.

E qui, lo ammetto, la riflessione per me rimane aperta.

Non so ancora come questo funzionamento orizzontale possa, nel frattempo, trovare una sua dimensione esecutiva, come possa agire concretamente senza tradire la sua coerenza.

Forse la risposta non c’è ancora. O forse si costruisce, lentamente, proprio nei tentativi quotidiani di far convivere tempi, linguaggi e visioni diverse. Roberta Lo Bianco