Parlare di “persone culturalmente diverse” per riferirsi a migranti o persone razzializzate non è innocuo. È un modo edulcorato di evitare la parola razzismo e di nascondere le gerarchie che ancora attraversano le nostre società. La diversità culturale riguarda tutte e tutti: ogni persona porta con sé esperienze, valori e visioni del mondo differenti, legate all’età, al contesto sociale, al percorso di vita. Non è dunque solo chi ha origini straniere a essere “culturalmente diverso”!
Definire “culturalmente diversa” una persona razzializzata nata o cresciuta in Italia è una forma di violenza simbolica. Significa ignorare che non è la cultura a marcarla, ma la razzializzazione. E culturalizzare la differenza serve solo a rendere invisibile il potere: chi subisce discriminazione non perché è diverso, ma perché è trattato come diverso. Parlare di “uguaglianza nella diversità” suona bene, ma nasconde una verità scomoda: le relazioni coloniali, il colore della pelle, l’origine percepita continuano a determinare chi ha accesso ai diritti, alle opportunità, al riconoscimento. In Europa, non è la stessa cosa essere di origine inglese o marocchina.
Per questo i movimenti antirazzisti parlano di persone razzializzate: per nominare l’ingiustizia, per smascherare la gerarchia, per restituire visibilità a chi viene sistematicamente messo ai margini. Solo partendo da questo riconoscimento possiamo costruire un’educazione sociale davvero antirazzista e critica.

