#MolteStorie: Sergio, dalla Sardegna a Palermo per amore

dicembre 23, 2017
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dicembre 23, 2017 Moltivolti

Sono Sergio Cadone e sono uno dei cuochi di Moltivolti.

Sono sardo e sono finito a Palermo “per colpa” di una palermitana conosciuta in Scozia di cui mi sono innamorato. Ho iniziato a cucinare nel 2011 dopo aver fatto l’imbianchino, il bagnino, il muratore, l’elettricista, il giardiniere, e non avendo mai pensato di poter fare il cuoco, non mi piaceva l’idea di lavorare mentre tutti si divertivano. A 21 anni sono partito per la Scozia e ho iniziato come lavapiatti, poi per uno sfortunato infortunio del capo-partita degli antipasti che si era rotto una mano, sono subentrato come sostituto io, che mi annoiavo a lavare i piatti e che stavo sempre a dare una mano ai cuochi. Lì è iniziata la mia carriera, lavorando successivamente con un bravissimo chef che mi ha fatto lavorare in tutte le partite, regalandomi una grande esperienza: antipasti, primi, secondi, griglia, forno, panificazione e pasticceria in un durissimo anno a Edimburgo in cui lavoravo dalle 12 alle 15 ore al giorno 6 giorni su 7. La mancanza di riposo e lo stress mi hanno convinto a cambiare lavoro e sono partito per l’India a fare il volontario per una associazione del nord Italia, Malar Trust, che si occupa di infanzia, asili e doposcuola, accantonando la cucina e tornando in cantiere per costruire gli asili. Un’esperienza che cambia la vita dopo la quale sono tornato in Italia, qualche mese in Sardegna, e poi di nuovo in Scozia dove avevo lasciato i miei affetti e dove mi ero ripromesso di non lavorare più in un ristorante. Invece, trovandomi senza alternative, ho fatto il barman, testando tutti i ruoli che può offrire il mondo della ristorazione, e durando pochissimo per il troppo stress che mi provocava. Dopo questi due mesi da bartender, ho partecipato a un corso di Health & Safety sul lavoro e sono tornato a lavorare in cantiere; un anno in cui mi sono occupato di demolizioni e ho sfogato tutte le frustrazioni accumulate in un anno di ristorazione per la fatica e per gli sprechi cui assistevo. Dopo quest’anno in cantiere ero stanco della Scozia e sono finito a Londra a trovare mio cugino che, guarda il caso, cercava qualcuno in ristorante. E quindi di nuovo in cucina, altri due mesi in un ristorante italiano in cui lavoravamo più ore di un orologio, dalle 8 del mattino a mezzanotte con 5 minuti di pausa pranzo e 5 minuti di pausa cena, normalmente mangiavo, fumavo e andavo in bagno contemporaneamente! Lì però ho riapprezzato la la cucina e ho imparato tanto, ma sono andato via portando il mio curriculum in un ristorante di una grossa catena, Sushi Samba, cucina fusion fra Portogallo, Brasile e Giappone. Una bellissima e breve esperienza in un palazzo di 41 piani a Liverpool Street, una quarantina di cuochi e una media di 600 coperti al giorno, più una fabbrica che un ristorante in cui però ho imparato la formazione standard per lavorare in una cucina; dopo che lavori in un posto del genere puoi lavorare ovunque. Naturalmente un tipo di lavoro del genere ammazza qualunque tipo di passione e amore nel cucinare, stavo bene ma dopo due mesi sono stato sopraffatto dalla mancanza di caldo e sole e così ho deciso di tornare in Sardegna, mentre la mia compagna tornava a Palermo. Dopo due anni e mezzo all’estero a mangiar male e respirare aria malsana, ho deciso di far parte di una associazione di Alghero, Piantagrano, in cui coltivavamo un ettaro di terra solo con verdure al naturale. Per un anno e mezzo abbiamo coltivato e organizzato eventi di sensibilizzazione. Quando abbiamo sentito parlare di Genuino Clandestino, che in Sardegna non esisteva, insieme ad altri due ragazzi siamo partiti verso il centro dell’isola e abbiamo fatto la prima riunione sarda dell’organizzazione. Abbiamo iniziato in 6 o 7 e poi ci siamo allargati, girando per tutta la Sardegna per incontrare le persone e raccontare loro il nostro progetto. Dopo due anni mi sono stancato dei filari, del trattore e dei metodi classici, non essendo particolarmente sana e avendo maturato una visione un po’ contorta dell’orto; ho cominciato a vederlo come una città in miniatura, uno spazio costruito dall’uomo in cui c’era la mainstreet e poi tutti i vari quartieri dei differenti prodotti. Quindi con la mia compagna abbiamo deciso di fondare OrtiStorti, una associazione con cui per tutta una estate abbiamo organizzato laboratori di orto didattico, di pastificazione, pittura, riciclo, sposando il principio della sinergia: non un filare omogeneo ma una coltivazione mista. A settembre abbiamo scoperto di aspettare una bambina e abbiamo deciso di venire a Palermo; per fortuna Moltivolti cercava un cuoco e allora ci ho provato, ci siamo piaciuti ed eccoci qua. Nella cucina di Moltivolti ho portato dei piatti palestinesi come la babaganoush e l’hummus rivisitati, la lasagna carasau che è un piatto “fusion” che io ho personalizzato, gli sformati e tante altre cose, in relazione anche agli ingredienti che ci regala la stagione. Quello che vorrei fare è occuparmi della formazione dei ragazzi, qua a Palermo c’è un cospicuo passaggio di giovani migranti che hanno bisogno di essere inseriti e integrati nell’ambiente siculo, io penso che il mio compito sia istruirli per imparare un lavoro. Credo che questo sia il mio lavoro.