febbraio 2, 2018 Nicola Cipolla

In Senegal: in viaggio con Moltivolti

(25 dicembre 2017- 9 gennaio 2018)

Siamo atterrati la sera del 26 dicembre a Dakar con un volo da Istanbul. Eravamo molto stanchi e quella notte ho sognato il ronzio dell’aereo. Sono state sette lunghe ore di volo. L’albergo di Dakar aveva un impianto tipico africano, con le camere a circolo attorno a un cortile pieno di piante, la stessa struttura si ripete in molti alberghi dell’africa. L’Africa: sembrava di entrare in un altro mondo, diverse erano le città che non avevano una vera e propria struttura come  le città europee,  le case erano ammassate come tante baraccopoli. Così, sia Dakar che a Ziguinchor, le maggiori città  del Senegal, spesso le strade non hanno i nomi.  Davanti all’albergo di Dakar c’era un mercato e la sua strada era sterrata, sbucava in una specie di autostrada, che collegava l’aeroporto con il centro. Era più estremo e malandato di un  mercato palermitano. C’erano tante capre, e numerose donne, con i tradizionali abiti coloratissimi.  Accanto, una via laterale si apriva sulla spiaggia, dove ogni mattina facevano il mercato del pesce, e le barche erano delle piroghe di legno colorate. Quel tipo di piroghe le rincontreremo nel sud del paese per andare nelle isole tra cui Carabane, un’isola lungo il fiume della Casamace. Erano bellissime imbarcazioni di legno e colorate diffuse nei porticcioli di Senegal e Gambia.

Il primo giorno, il 27 dicembre, non visitiamo la città di Dakar, perché il programma prevedeva di andare in pulmino fino a Banjul, la capitale del Gambia. L’autostrada finisce poco dopo l’aeroporto e ci addentriamo in una lunghissima strada statale dove, a ogni sosta, bambini e donne assalivano il nostro pulmino per venderci o frutta o arachidi. Per circa trecento chilometri ogni paese che passavamo era un ammasso di gente che lavorava. Ci siamo fermati in un vecchio benzinaio, a Mbur, dove c’era un autogrill che vendeva di tutto;   fuori passavano delle capre. L’atmosfera era molto sporca ma bella, soprattutto era bello vedere la gente indaffarata: abbiamo deciso di comprare delle banane e dei cubetti di avena e peperoncino, per  risalire sul pulmino e poi andare a pranzare in una casa tipica senegalese . Erano amici di Jonny e Jussu. In quella casa abbiamo mangiato a terra con le mani un buonissimo cuscus di pesce. Era una famiglia con molti bambini che erano contenti di farsi fotografare.

Quando ripartiamo in un paio d’ore arriviamo  alla frontiera col Gambia, dove ci hanno chiesto i passaporti. La frontiera aveva il suo mercato con tanti bambini. Siamo stati travolti da una festa della Protezione civile: ragazzi in divisa,  con mille colori,  andavano  avanti e indietro. Molte donne e molti bambini stavano a ridosso del nostro pulmino fermo e cercavano a tutti i costi di venderci qualcosa, frutta o arachidi. In realtà questa situazione si ripeteva ogni giorno per la strada statale e per i paesi che incontravamo e attraversavamo.

Lungo la strada statale per  Banjul, poco curata, c’erano molti baobab con la terra rossa e  contadini che lavoravano con i muli. Si  capiva che è una società povera: tutti con garbo chiedevano soldi. Poco dopo saliamo su un  traghetto;  era buio pesto ma  comunque lo attraversiamo;  non si vedeva niente, solo il  fiume Gambia illuminato dalla luce del traghetto stesso. Il dittatore del Gambia è stato ribaltato solo alcuni mesi fa: qualcuno nella nostra compagnia ne parlava. Sta di fatto che il Gambia rimane un paese poverissimo, più povero del Senegal.

Arriviamo la sera, stremati dal viaggio, a Banjul, la capitale del Gambia. Banjul non è una bella città, è  piena di discoteche  e ristoranti,  dove i bianchi, soprattutto inglesi e americani, vanno a vivere là perché la vita costa molto di meno che nel primo mondo. E’ una città molto  turistica.  Ma la spiaggia è bellissima, con una sabbia finissima. Come ho detto, anche sulla spiaggia la gente sempre ti vuole vendere qualcosa.

Per due giorni siamo stati in Gambia abbiamo visto i coccodrilli e le scimmie, ma purtroppo i coccodrilli erano in un giardino pubblico ed erano mezzi addormentati.

Il momento più interessante è stato il mercato del pesce: una folla immensa di persone vicino al mare con la spiaggia sporca di pesce. Era un porto molto affollato, pieno di donne e bambini.  era bello avvicinarsi a loro e parlare. Eravamo arrivati la verso il tramonto, quando i colori risaltano di più e le fotografie vengono meglio.

C’era molta gente affollata e colorata ammassata sulla spiaggia che vendeva banane e pesce. Abbiamo deciso di comprare del pesce e di farcelo cucinare là, come è di uso fare nei mercati di quelle zone.

Sempre in Gambia abbiamo visto le scimmie e le iene anche se erano  in  un parco pubblico.

All’indomani andiamo col nostro furgone in un porticciolo di piroghe lungo il fiume della Casamance. Nell’isola di ….. abbiamo dormito su  delle palafitte,  disposte su una sabbia finissima vicino al fiume. Lì dei ragazzi ci hanno arrostito delle buonissime ostriche  attaccate alle radice delle mangrovie (alberi che crescono nell’acqua della laguna). Poi si è cominciato a suonare: gli stessi ragazzi che hanno arrostito hanno iniziato a sonare i tamburi, la musica tipica del cuore dell’Africa e si è iniziato a ballare.  Quella notte ho dormito benissimo perché non era una qualsiasi stanza di albergo, ma era una palafitta disposta  sulla spiaggia, e si dormiva senza porta.

L’indomani andiamo nell‘isola di Carabane. Un’isola più grande dove c’era un albergo che dava sulla spiaggia. Dietro si stendeva una risaia con colori molto vivaci e abbiamo visto un tramonto bellissimo. Era un sogno questo posto.

Nella risaia c’era una scuola elementare e davanti giocavano dei bambini.

Con una piroga e poi col pulmino arriviamo a Zighuischor, dove trascorriamo il Capodanno in una casa di amici di Jussu con tanti bambini.

L’ultima tappa è Kapskiring, il punto più a sud del Senegal, al confine con la Guinea-Bissau: una spiaggia immensa., di  cui non si vedeva la fine. Le mucche pascolavano tranquille sulla spiaggia, ed era strano vederle. Non avevo mai visto mucche sulla spiaggia che la condividevano con noi bagnanti. Era bello vederle davanti all’oceano, paesaggio insolito per noi.

Quando torniamo a Dakar l’ultima cosa che vediamo è l’isola di Gorè, l’isola da cui partivano gli schiavi per l’America. Era

molto turistica ma avevano lasciato una casa adibita a museo dove una guida ci ha spiegato come erano gestite tutte le case. Era molo impressionante vedere quella vecchia casa,  dove, una volta   vivevano gli schiavi: sotto, in pessime condizioni, mentre sopra vivevano i loro mercanti che scambiavano e vendevano umani come  fossero merce. Donne, uomini, e vecchi vivevano separati – i figli separati dalle madri -in stanze buie e piccole. Da li, una volta raccolti da diverse zone dell’Africa, venivano messi su delle navi e trasportati in varie zone delle Americhe, trasportati in pessime condizioni. Questa storia è durata più di quattrocento anni.  I mercanti  furono prima i portoghesi, poi gli inglesi e per ultimo i francesi. Di solito i vecchi vivevano in un luogo  separato  e spesso li buttavano a mare per far avvicinare i pescicani, così da rendere impossibile la fuga ai più giovani che avrebbero potuto tentare di scappare a nuoto.